LA BAMBINA CHE NON FACEVA DOMANDETanto tempo fa, lontano come un battito di ciglia, in un'isola sperduta nel mare dell'arcipelago di Ordog, viveva una bambina che si chiamava Algablu. Ad ogni bambino che nasceva in quel paese, veniva dato un nome personalizzato a seconda del colore dei propri capelli, e non ce n'era uno che nascesse uguale. Algablu era nata con i capelli blu, ed era stata fortunata, perché se fosse nata con i capelli neri avrebbero potuto chiamarla Calamarogigante e tutti l'avrebbero presa in giro, come era accaduto ad un suo compagno di classe, che oltre ad avere i capelli neri aveva pure la pelle nera. Quando i compagni prendevano in giro Calamarogigante, Algablu si sentiva molto triste, ed avrebbe voluto chiedere il perché si comportassero in quel modo, d'altronde ogni bambino era uguale. Ma la bocca le rimaneva chiusa come il guscio di un'ostrica e, quando riusciva a trovare il coraggio per parlare, era ormai troppo tardi. Algablu viveva in una grotta marina con i suoi genitori ed una vecchia tata. I genitori erano spesso in viaggio per lavoro, e Spugnadimare, così si chiamava la tata, si occupava di lei. La tata sosteneva di conoscerla così bene, che bastava la guardasse negli occhi per capire di cosa avesse bisogno e sapere cosa fosse giusto per lei. Era convinta inoltre di conoscere i suoi desideri ed i suoi tormenti, cosa le piacesse e cosa non le piacesse. Per esempio, c'era stato un periodo che le aveva cucinato tutti i giorni il “gran pasticcio in crosta” perché sentiva che le avrebbe fatto bene: lei lo aveva mangiato e alla fine le era venuto il mal di pancia. “Come puoi sapere tu cosa è giusto per me?” Le avrebbe voluto urlare in faccia Algablu, ma la bocca le rimaneva sempre chiusa: “Non voglio ferire Spugnadimare.” Si diceva, perché una volta l'aveva fatta piangere e si era sentita così in colpa che aveva deciso di non contraddirla più. Fatto sta che Spugnadimare, con il tempo, era diventata sempre più opprimente e Algablu sempre più grassa tanto da assomigliare ad un pesce palla. Avrebbe voluto chiedere ai genitori:” Mamma, babbo perché non tornate a casa?” Ma la bocca le rimaneva serrata:” Se non tornano è giusto così, si vede che hanno da fare...” Si diceva. Intanto a scuola, gli amici di Algablu videro che in lei qualcosa era cambiato. Prima le piaceva giocare, ridere e scherzare con loro ma adesso era cupa, silenziosa, li evitava e preferiva starsene da sola a mangiare una merendina. Madreperla, la sua amica più fidata, un giorno le parlò e le disse che la trovava molto ingrassata, ma Algablu le rispose che stava benissimo e che qualche chilo in più non le avrebbe fatto di certo male. Il tempo passò, Algablu era sempre più grassa tanto che non riusciva più a correre. Gli amici la invitavano sempre meno ad uscire con loro, la andavano a trovare a casa e le dicevano che era cambiata. “Che cosa c'è in me che non va?” Avrebbe voluto chiederli Algablu. Ma la bocca rimaneva serrata: “Posso farcela da sola..” Si diceva. Il tempo passava, Algablu smise di andare a scuola perché era troppo faticoso per lei andare. Rimaneva a casa, a guardare la tv e a giocare ai videogiochi. Gli amici la andavano a trovare e le dicevano:”Algablu sei diventata grassa come un leone marino, eri una bambina felice e ti piaceva giocare con noi. Che cosa ti è successo? Possiamo aiutarti in qualche modo?” Algablu sorridendo diceva che stava bene così. Passarono i giorni, gli amici non andarono più a trovarla. Algablu avrebbe voluto chiamarli per chiedere il perché ma non lo fece: “Si vede che non mi volevano veramente bene.” Si disse. Passarono i mesi, Algablu non riuscì ad alzarsi più dal letto, perché era diventata così grassa che le gambe non la reggevano più. Spugnadimare, terrorizzata per come era diventata la bambina, scappò via. Algablu rimase nel letto e capì che per lei era la fine. Disperata chiese aiuto, urlava e gridava ma nessuno poteva sentirla perché aveva fatto il vuoto intorno a sé. Allora iniziò a piangere, e le lacrime percorsero le pieghe di grasso del suo corpo, e lì si fermarono. E pianse per giorni e giorni, fino a che le lacrime si seccarono, e piano piano il suo corpo divenne di roccia: Algablu era prigioniera di se stessa. I genitori, un giorno, tornarono a casa, e disperati cercarono la bambina in lungo ed in largo:” Algablu dove sei?” Invano chiamarono, perché la bambina sentiva ma non poteva rispondere, prigioniera come era della sua roccia. Ed i genitori che cercavano la loro bambina dai capelli blu, avendola davanti, fatta di roccia, non la riconobbero. Continua... Questa è solo una storia, una delle tante che può trovare un lieto fine applicando gli insegnamenti del Bardo Thodol. Perchè tutto si trasforma. E anche il Libro Tibetano dei Morti, voluto e creato per aiutare i vivi e i morenti per attraversare il passaggio fra i mondi , nonchè i defunti per aiutarli a ritrovare la strada, non risuona più completamente con la coscienza moderna occidentale, vuoi per il linguaggio, vuoi per le divinità alle quali fa riferimento. Dunque, in sintonia con lo spirito dell'opera, che è di massima divulgazione e facilità di assimilazione , ecco qui una rilettura, una rivisitazione, una semplificazione, adatta a tutti. Il testo va utilizzato come lettura di accompagnamento al morente o al defunto, da leggere direttamente al letto del morente o nei 49 giorni successivi alla morte. Ma anche se il defunto è morto da tempo, leggerglielo idealmente non può fare che bene. La lettura per se stessi è, d'altro canto, un'ottima guida alla vita. Disponibile anche in versione audiolibro | ||||